30 ago 2009

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Campania profondo nero

di Claudio Pappaianni (da l'Espresso del 27 agosto 2009)
Idrocarburi, metalli pesanti. Rifiuti tossici. Uno studio denuncia l'inquinamento record. Accanto ai campi di allenamento del Napoli

E' tornata la spiaggia, recita uno striscione sospeso tra due alberi nella pineta che si affaccia sull'arenile di Baia Domizia. È rimasto lì da quando, la scorsa settimana, la Regione Campania ha organizzato un 'Beach party' per salutare la pulizia di parte del litorale casertano. "Avvertivo il dovere di dare avvio a un percorso di recupero di un grande patrimonio", ha dichiarato soddisfatto l'assessore all'Ambiente Walter Ganapini, dopo l'happening di musica, balli, cabaret e giochi a premi. In realtà, c'era assai poco da festeggiare. La stagione balneare è stata nefasta, segnata da depuratori mal funzionanti e bloccati per giorni dalla protesta dei lavoratori, una crisi che di fatto ha colorato di marrone il mare e l'estate dei napoletani. Qualche volta le correnti hanno spinto i liquami fino a Capri e Ischia, dove ci si sono messi anche black-out elettrici a dare il colpo di grazia all'immagine turistica del Golfo. La notizia dello sversamento di acque nere nella Grotta azzurra, con la chiusura alle visite, è diventato uno scandalo rimbalzato sui giornali di mezzo mondo.

Il caso più inquietante, però, viene ancora oggi tenuto chiuso in un cassetto. Sono i risultati finali di un'indagine realizzata dal Commissariato di governo per le bonifiche su un vasto territorio di 22 chilometri quadrati, che rientra nel sito di interesse nazionale della costa flegrea e agro-aversana. Uno studio - che 'L'espresso' ha potuto visionare in esclusiva - inviato prima dell'inizio dell'estate dalla struttura guidata dal professor Massimo Menegozzo alla presidenza del Consiglio, al ministero dell'Ambiente, al governatore Bassolino, a prefetti, sindaci, assessori e ai responsabili delle Asl. Nelle pagine non si fanno giri di parole, e le frasi disegnano l'ennesimo scempio ambientale del territorio. "Va segnalato complessivamente un rilevante e diffuso inquinamento in tutte le matrici esaminate con alcuni 'hot spot' particolarmente preoccupanti per entità dei fenomeni". La situazione appare in tutta la sua drammaticità "sia per le aree agricole, che per quelle interrate e per la falda". E se l'acqua che esce dai rubinetti è buona, a meno che non ci si allacci ai pozzi abusivi, quella che disseta le bufale di decine di allevamenti e irriga i terreni coltivati a pomodori e ortaggi è pesantemente compromessa.


Per tutti i locali l'area interessata dal report è chiamata 'i laghetti di Castelvolturno'. Si tratta di una cinquantina di specchi d'acqua affiorati dentro alcune cave abusive aperte negli anni '70 e '80, quando nella zona si scavava per estrarre la sabbia usata per la cementificazione della costa che va dal Lago Patria fino a Mondragone. Un tratto che, in pratica, arriva dalla periferia nord di Napoli fino al confine laziale. Trattori e ruspe, di aziende spesso legate al clan dei Casalesi, si fermavano solo quando dai buchi affiorava l'acqua delle falde. A quel punto si spostavano di qualche metro e ricominciavano i lavori. Le cavità sono poi state usate come discariche di auto vecchie, copertoni, scarti di edilizia e rifiuti speciali nocivi.

"A settembre renderemo pubblici i dati sulla contaminazione dei corsi d'acqua interni all'area domizia", aveva detto Ganapini mentre infuriava la polemica sul mare inquinato della Campania. L'area esaminata, con circa 2000 prelievi tra campioni di acqua e terreno, dista in alcuni punti meno di 500 metri dal mare e, in molti casi, accanto a laghetti e campi agricoli contaminati, sorgono decine di abitazioni. Come a Cava Baiano, un laghetto non molto distante dall'Holiday Inn Resort, meta preferita dagli appassionati di golf e sede del ritiro del Napoli Calcio. Già: anche Lavezzi e compagni sgambettano ogni giorno a poca distanza da un lago dove sono stati riscontrati livelli di idrocarburi superiori anche 300 volte il limite consentito dalla legge. Il presidente Aurelio De Laurentiis si è innamorato di questa zona, tanto che un anno fa era stato dato per imminente il trasferimento della società azzurra, con la realizzazione di una cittadella nuova di zecca. Da costruire vicino i laghi inquinati e l'Hyppo Campos Resort, una struttura rinomata dove i soci si tengono in forma con footing e corse in mountan bike e i partecipanti del Water Raid Adventure si sfidano in gozzo a remi, a nuoto, al kayak, all'apnea, fino alla corsa sulla spiaggia al cadmio. L'idea, per ora rimasta sulla carta, era di creare qui una vera e propria Trigoria in salsa campana, sfruttando in parte le strutture già esistenti nel centro: campi di calcetto, basket, piscine. A completare il tutto due grandi specchi d'acqua attrezzati per lo sci nautico. Gli stessi per i quali le analisi hanno riscontrato livelli di idrocarburi, cromo e piombo rispettivamente 40, 13 e 45 volte superiori alla norma. L'allarme scatta a febbraio, quando i dati arrivano nelle mani di Menegozzo. L'esperto chiede una riunione ad hoc presso il ministero dell'Ambiente. Non c'è tempo da perdere. Peccato che prima dell'incontro ufficiale passino due mesi: la riunione si tiene il 29 aprile. Pochi giorni dopo, il direttore generale del Dipartimento 'Qualità della vita' del ministero, Marco Lupo, scrive alla procura di Santa Maria Capua Vetere: "Le risultanze delle complesse indagini hanno evidenziato la presenza, in concentrazioni elevate, di sostanze persistenti tossiche e cancerogene... È stato, inoltre, richiesto a tutti i sindaci, nonché agli enti di controllo locali, di adottare entro 10 giorni dalla data di ricevimento del verbale della riunione, tutte le misure ritenute necessarie per la salvaguardia della salute della popolazione". I valori in alcuni casi superano anche di migliaia di volte la soglia consentita, in alcune aree si concentrano sforamenti sia di idrocarburi sia di cromo. Dati agghiaccianti, come nel caso di una vasta area agricola a ottocento metri dal depuratore dei Regi Lagni: la presenza massiccia e diffusa di pesticidi ormai fuori legge da anni, come il Ddt, passa quasi in secondo ordine di fronte al cocktail micidiale di sostanze chimiche ritrovato in alcuni terreni coltivati. Da febbraio tutto è rimasto fermo, almeno nella sostanza. A inizio giugno dal Commissariato parte la relazione che scotta. Si muove solo la prefettura di Caserta, che organizza un incontro con gli uomini del Nucleo tutela ambiente dei Carabinieri di Caserta, della Guardia di Finanza e della Polizia, per un'illustrazione approfondita dello studio. Poi, il silenzio.

Chiamato a chiudere i conti con il passato, in venti mesi Massimo Menegozzo con la sua struttura ha razionalizzato le spese, ridotto di un terzo il personale, portato a termine numerosi studi che fotografano la drammaticità dell'inquinamento del suolo e delle acque in Campania. Eppure il suo incarico era quello di 'commissario liquidatore' e sarebbe dovuto terminare lo scorso 31 dicembre. Avrebbe dovuto trasferire i poteri a Regione e Comuni, ma sin dalla sua prima relazione al ministero ha denunciato le difficoltà di un passaggio di consegne. Una prima proroga di sei mesi è arrivata a Natale, la seconda a poche ore dalla scadenza il 30 giugno, quando tutta la struttura aveva pronti gli scatoloni per portar via i pochi effetti personali dalle scrivanie. Ora un gruppo di lavoro formerà funzionari e addetti per la sfida più complessa da affrontare in Campania dopo anni di emergenza rifiuti: la bonifica complessiva del territorio. Uno scandalo nello scandalo, a volte sottovalutato, che ha visto andare in fumo centinaia di milioni di euro. Come nel caso dell'emergenza rifiuti. Prima di passare le consegne, però, ci sarà da concludere il censimento dei rifiuti abbandonati per strada, che secondo prime stime sarebbe superiore al milione di tonnellate. Vale a dire, una volta e mezza la capienza della discarica di Chiaiano. E si attende un nuovo dossier che comprenderà analisi effettuate in tutta l'area del Giuglianese dove la camorra ha negli anni seppellito tonnellate di rifiuti tossici e sparso fanghi industriali nei terreni, poi stati destinati all'agricoltura.

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13 ago 2009

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Viva NICHI VENDOLA!

di Fausto Bertinotti, da L’Altro del 12 agosto 2009.
Viva Nichi Vendola! Questa è la mia risposta - la prima, la più immediata ma anche quella più meditata - alle vicende pugliesi. Non è solo la solidarietà che è giusto e doveroso esprimere a un amico, a un compagno di lunghissimo corso, con il quale si sono condivisi una stagione, molte sconfitte, qualche successo. E’ anche e soprattutto un’idea della politica.Non malgrado, ma proprio in virtù del legame che ci unisce, sento la necessità di rivendicare, prima di ogni altra cosa, una presunzione di verità politica che è interamente dalla sua parte. Tanto più in una fase come questa, nella quale, anche nella sinistra in disfacimento, scatta invece la mera logica del “contro”, quasi oramai come un vestito che ci si è cuciti addosso. Da parte mia, appunto, avverto come prioritaria l’idea di appartenenza pubblica. Nichi e io abbiamo fatto parte, facciamo tutt’ora parte, della stessa comunità politica scelta - una nozione che va ben oltre quella di partito e che ci richiama a quella diversità che è forse la ragione qualificante della nostra intrapresa.
Siamo diversi non perché migliori o antropologicamente surdeterminati, ma perché ci muove l’ambizione di cambiare il mondo. Siamo diversi non in quanto singole persone o ceto politico, ma perché rispondiamo a quella comunità, a quella storia collettiva, a quelle speranze di cambiamento - e l’azione della politica è solo l’ancella, per quanto privilegiata - di questa prospettiva.
Questo è l’essenziale nella storia di Nichi Vendola, da giovane comunista a governatore della Puglia, da brillante intellettuale a leader politico nazionale.
Questo è ciò che vale e che va rivendicato. Ma allo stesso tempo non è forse questo anche il metro garantista che ci dovrebbe guidare sempre, tutte le volte cioè che il potere giudiziario coinvolge l’autorità politica? Per noi l’autonomia della magistratura è un fondamento, quasi sacro, della civiltà moderna.
E anche in questa circostanza non possiamo che ribadire l’auspicio di sempre che “la giustizia faccia il suo corso”. Solo che, nell’inchiesta pugliese, si sta verificando un paradosso pressoché clamoroso: il garantismo, che serve a tutelare chi è sottoposto a un’indagine che sfonda sulla presunzione di innocenza di chi è accusato, e gli fornisce gli strumenti necessari di difesa, almeno fino a quando non sia emesso un verdetto, da strumento nobile si va rovesciando nel suo contrario.
Nichi Vendola non è accusato di alcun reato, ne è soggetto ad un inchiesta specifica che lo riguardi: perciò nel nome di regole garantiste formalmente proclamate, nei suoi confronti viene brandita una vera e propria fiera del sospetto.
Scatta un’impressionante meccanismo mediatico accusatorio e scatta la sovrapposizione costante della figura di Nichi Vendola a la nozione di reati, ruberie, corruzione. E si leva un coro di condanna preventiva.
Perché? In verità, la natura di questa offensiva è sotto gli occhi di tutti, quotidianamente, ed è molto chiaro l’obiettivo che si propone: la demolizione di una personalità e di un’esperienza politica.
Non è una persecuzione dettata da chissà quale malevolenza. Non è un complotto classico. E’ una risposta della politica conservatrice. Giacché Nichi Vendola è la Puglia - la Puglia che vuole cambiare, la Puglia che fa eccezione alle sconfitte che colpiscono nel resto d’Italia la sinistra e il centro sinistra.
Nichi ha reso possibile ciò che sembrava impossibile: prima, trasformare le primarie in un vero e proprio “patto col popolo”, che assomiglia alle più avanzate esperienze dell’America latina assai di più che non all’esangue e spettacolare ritualità della Sinistra Europea; poi, proseguire in un’azione di governo innovativa, che ha scosso molti interessi forti della società pugliese e costruito una mobilitazione della società civile che incarna le istanze gramsciane.
Lo ha fatto, come dicevamo, in controtendenza mentre la sinistra offriva di sé le note cattive prove - e non ha lavorato soltanto sul terreno del riscatto del sud, ma si è mosso nella direzione di un nuovo meridionalismo in stretta connessione con il Mediterraneo.
Ora, neppure sugli anni di governatorato di Nichi Vendola fin qui realizzati, rinunciamo alle virtù della critica e dell’autocritica. L’eccezione pugliese ha avuto, continua ad avere, i suoi limiti. Eppure resta un’ eccezione del tutto singolare nel panorama italiano.
Questo, ancora, è l’essenziale. Questo dovrebbe essere il criterio che guida tutta la sinistra, di qualunque orientamento.
Invece la sinistra appare del tutto inadeguata: non difende Vendola, oscilla tra l’invettiva giustizialista e mille giochi tattici di corto, cortissimo respiro. E’ un segno inequivocabile della sua crisi strategica ma anche della sua incapacità di fronteggiare davvero l’offensiva degli avversari. Accade così che, dall’antica alterigia e presunzione di immunità rivendicata per tutti i suoi membri, si è passati alla propensione diametralmente opposta: non tutti eguali davanti alla legge, come è giusto che sia, ma tutti eguali!
Accade così che si getta via il bambino (le ragioni politiche ideali della diversità) insieme all’acqua sporca (la presunzione) e si offrono nuovi varchi alla deriva populista. Accade, ancora, che si è diventati incapaci di capire quali sono gli interessi materiali concreti colpiti, la loro reazione,la necessità di fronteggiarla - e con quali strumenti.
Anche qui con un rovesciamento culturale che ha dell’incredibile: dall’antica fissa giacobina del “complotto reazionario” che si vedeva sempre dietro l’angolo, si è passati alla cancellazione totale di ogni analisi delle forze in campo.
Come se la politica fosse di colpo diventata neutrale. Ma che in Puglia gli interessi colpiti si stiano mobilitando per mettere fine alla anomalia che Nichi Vendola rappresenta, e per riportare la regione all’ordinaria condizione del quadro italiano, a me pare evidente. Palmare.
Dunque, lo ripetiamo: la giustizia faccia il suo corso. Ma contemporaneamente la politica faccia la sua parte. Prenda parte.

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11 ago 2009

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C’è una Puglia dove batte sempre il sole

Intervista a Nichi da La Repubblica del 9 agosto 2009, di Giuliano Foschini.

“Contro di me i servizi deviati una manina mi sta massacrando”
“Io rispetto i magistrati, Berlusconi invece li delegittima”

Nichi Vendola non cambia idea. E si dice “felice” dell’iniziativa presa dal vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, che ha invitato il Consiglio a valutare la possibilità di aprire una procedura a “tutela” della pm Desireé Digeronimo.

Perché?
“In questa maniera il Csm potrà valutare questa vicenda con serenità”.

L´Italia dei Valori sostiene che lei parla della magistratura come il presidente Berlusconi.
“Non scherziamo. Ho un tale rispetto per il potere giudiziario, per le sue prerogative, la sua autonomia e indipendenza che ho sempre confidato nella capacità di autoregolamentazione. Ho evitato nel pieno di un autentico massacro che coinvolgeva me e il mio governo di attivare una procedura di scontro perché penso che l´Italia abbia bisogno di serenità ed equilibrio tra i poteri. Un conto è la delegittimazione di un potere autonomo e tutelato dalla Costituzione, come fa Berlusconi. Un altro è compiere un atto morale e non formale, come ho fatto io, riguardo una specifica situazione. Questo si chiama diritto di critica”.

Lei ha ricusato il giudice che indaga su di lei?
“Intanto su di me non indaga nessuno, visto che non sono indagato. In quella lettera, con rispettosa durezza, ho affidato alla buona coscienza del pubblico ministero, una persona che ho stimato, una riconsiderazione autocritica dei suoi comportamenti”.

Lei parla di una rete di “amici e parenti” che potrebbero rendere il pm Digeronimo non obiettiva. Il riferimento è all´ex marito, già consigliere regionale del centrodestra?
“Ripeto, rimetto tutto alla buona coscienza del magistrato”.

Da destra dicono che lei con queste frasi in realtà mandi messaggi intimidatori.
“Il centrodestra non dovrebbe avere il coraggio di parlare. Io non ho nemmeno un avviso di garanzia. Per il mio predecessore, il ministro Raffaele Fitto, è stato invece firmato un ordine di custodia cautelare, che il Parlamento ha rigettato. È plurindagato in procedimenti scandalosissimi, per reati gravissimi. Lui però non ha avuto la mia fortuna mediatica, quando sono stato letteralmente massacrato meritando i titoli di testa del Tg 1. Oggi non c´è più bisogno di un killer per ammazzare una persona per bene come me. Basta che un´abilissima manina - che lavora per scrivere veline o inviare suggerimenti ai recapiti più vari, da destra a sinistra - costruisca una campagna di falsità. Sento un antico odore che è quella della presenza dei servizi deviati, indirizzati o mirati. Il teorema è che tutti siamo uguali. Ma mi dispiace: io non sarò mai uguale a loro”.

Lo spaccato che viene fuori dalle intercettazioni telefoniche sulla sanità non è però esattamente quello della “Puglia migliore”.
“Io non so se siano commessi reati, ma è indubbio che alcune di quelle conversazioni sono sintomatiche di un diffuso malcostume. Che coinvolge tutti: dalla casta medica a segmenti del sistema d’impresa, alla politica. Avremmo potuto fare di più, è vero. Ma non abbiamo mai girato la testa e poi abbiamo fatto tanto, perché prima non c’era niente: abbiamo abbattuto del 3,5 per cento la mobilità passiva extraregionale e accolto a braccia aperte i clandestini che hanno compiuto l’unico reato di ammalarsi. C’è una Puglia insomma dove non spuntano ombre, ma dove batte sempre il sole. Chi vuole ammazzare me, compie un assassinio anche di questa Puglia”.

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01 ago 2009

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TEOREMA AZZARDATO MA SI FACCIA VERITÀ

Intervista a Nichi in seguito alle perquisizioni effettuate ieri nelle sedi dei partiti del centro sinistra pugliese per acquisire i bilanci e la documentazione sui rapporti con le banche.

da La Repubblica del 31.07.09
di Raffaele Lorusso

“È un’ipotesi accusatoria forte e anche un po’ azzardata”. Il governatore pugliese Nichi Vendola non nasconde lo stupore, ma respinge con sdegno qualsiasi tentativo di strumentalizzazione. “Si sta cercando - dice - di costruire un polverone per mescolare questioni diverse ed evitare il confronto con pezzi di verità che sono sotto gli occhi di tutti”.
Quali verità, presidente?
“La prima verità è quella che riguarda il sistema Tarantini-Tato Greco. Dietro quello che il senatore Quagliarello ha il coraggio di definire un piano di razionalizzazione della sanità si nascondeva un circuito affaristico di proporzioni impressionanti. Un miscuglio di dolce vita, prostitute e cocaina pagato dai pazienti, che con le protesi fetenti offrivano l’obolo per quella che un alto esponente della Chiesa cattolica ha definito un’epopea gaia e irresponsabile di un certo establishment”.

Anche le acquisizioni di atti nelle sedi dei partiti del centrosinistra, però, partono da un’inchiesta sulla sanità in cui è coinvolto Alberto Tedesco, ex assessore della sua giunta.
“C’è un’indagine che riguarda un mio ex assessore, che si è dimesso prima di essere indagato, per la quale c’è il massimo rispetto per il lavoro degli inquirenti. C’è stato uno sviluppo della trama accusatoria. Si ipotizza il finanziamento illecito dei partiti, coltivato in centinaia di inchieste in ogni parte d’Italia. È un’ipotesi che io considero azzardata perché assume l’intero centrosinistra come oggetto di indagine. C’è stata una spettacolare operazione di reperimento dei bilanci che, essendo atti pubblici, si potevano trovare su Internet. L’indagine chiama in causa i partiti, non singoli comportamenti”.

Non ritiene possibile che i partiti della coalizione che la sostengono, fatta eccezione per l’Italia dei valori, possano aver coltivato il voto di scambio?
“Per quella che è stata la mia esperienza in un partito “francescano” come Rifondazione comunista e poi in Sinistra e libertà non ritengo ipotizzabile il coinvolgimento in fenomeni di finanziamento illecito. Questo, comunque, è un tema che riguarda i partiti, che sono capaci di difendersi, e non coinvolge la giunta regionale. Il mio governo ha squadernato sistemi di potere fondati su una palude corruttiva”.

A che cosa si riferisce?
“Ad un’altra verità inconfutabile. Le perquisizioni di oggi al Policlinico di Bari sono il frutto della collaborazione fra il governo regionale e la Procura della Repubblica. Insieme con l’assessore alla Salute, Tommaso Fiore, abbiamo messo al lavoro i nostri uffici perché fosse scoperchiata qualsiasi forma di malaffare. Abbiamo prodotto una sequenza incalzante e rivoluzionaria di atti. Anche nella formazione professionale, nell’urbanistica e nell’edilizia”.

Si sente politicamente accerchiato?
“Assolutamente no. C’è chi vuole mettere tutto in un frullatore sensazionalistico. Però, bisogna chiamare le cose con il proprio nome e cognome. Le responsabilità vanno accertate e perseguite con durezza”.

Anche Antonio Di Pietro, però, non è tenero con il suo governo. Anzi, dice di aver fatto bene a non accettare un posto un giunta, due anni fa.
“Di Pietro mi descrive come una vittima inconsapevole. Gli ricordo, però, che stiamo parlando della fase iniziale di un teorema accusatorio, che deve essere rappresentato nei suoi fondamenti. Lui sa bene che io non ho mai vissuto la politica passivamente, ma sono sempre stato parte attiva di battaglie di legalità e moralizzazione. I provvedimenti di quattro anni e mezzo del mio governo, di cui gli farò dono, non hanno eguali in Italia. Due anni fa non ho offerto all’Italia dei valori un posto in giunta. Sono comunque disponibile ad accettare i suggerimenti di Di Pietro, ma dobbiamo tutti rispettare le regole fondamentali del garantismo”.

I carabinieri che entrano nelle sedi dei partiti riportano alla memoria gli anni di Tangentoli. Quali potrebbero essere le conseguenze delle inchieste giudiziarie sulle elezioni regionali della prossima primavera?
“Nel momento più incandescente degli scandali, il mio consenso è cresciuto e la mia popolarità è salita al 53 per cento. Il tentativo maldestro di alcuni mass media e di pezzi della politica di macchiare la mia storia è destinato a fallire. La politica ha il dovere di issare la bandiera della questione morale e di intraprendere fino in fondo un percorso di riforme”.

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Saviano: perché Pecorella infanga don Peppe Diana?

Fonte: di Roberto Saviano da Repubblica
Mi è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.
Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.

L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.


Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace.

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PUGLIA/SANITÁ: SeL, SI FACCIA PRESTO CHIAREZZA

Fonte: dalla rete
Si faccia presto chiarezza sulle indagini in corso’. E’ la richiesta dei coordinatori regionali di Sinistra e Liberta’ per la regione Puglia: il consigliere Mimmo Lomelo, Nicola Fratoianni, Enzo Locaputo e Lello Di Gioia.
‘A seguito delle richieste di documentazione provenienti dalla magistratura barese, Sinistra e Liberta’, nel pieno rispetto del lavoro svolto dalle forze dell’ordine - affermano - si e’ prontamente resa disponibile a favorire in qualunque modo i controlli predisposti ed effettuati sin dalla giornata di oggi nelle proprie sedi. Pertanto, Sinistra e Liberta’, esprimendo sconcerto e stupore, sottolinea e ribadisce la sua totale estraneita’ alle inchieste in corso, contestualmente garantisce piena collaborazione alla magistratura. Sinistra e liberta’ auspica, tuttavia, ‘che non si alimenti un’ennesima bufera mediatica sulla vicenda a danno di quanti, da tempo, tentano di coniugare l’etica delle responsabilita’ politica con la faticosa attivita’ di governo regionale. Inoltre, Sinistra e Liberta’ si augura che gli accertamenti giudiziari siano tempestivi, affinche’ non si costruisca attorno alla vicenda un inequivocabile e dannoso clima di sospetto’

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